Formazione tra Venezia e Bologna
Giuseppe Jappelli nacque a Venezia il 14 maggio 1783, ultimo di nove figli di Domenico Jappelli, bolognese trasferitosi a Venezia, ed Elisabetta Biondi. Dopo la morte del padre nel 1798, lo zio Filippo, un ecclesiastico, si occupò della sua educazione, e Jappelli si iscrisse quello stesso anno all’Accademia Clementina di Bologna, dove studiò architettura e scenografia con maestri tra cui Angelo Venturoli. Tornato a Venezia, si formò ulteriormente sotto la guida del cartografo Giovanni Valle e, dal 1803, lavorò come perito agrimensore in opere di ingegneria idraulica lungo il fiume Piave, maturando una base tecnica che si sarebbe unita alla sua formazione artistica, una combinazione di rilevamento e progettazione insolita tra gli architetti della sua generazione.
Gli anni napoleonici
Nel 1807 Jappelli entrò nel corpo degli ingegneri delle acque e strade del dipartimento francese comprendente il Brenta e l’Alto Po, e nel 1809 si arruolò nell’esercito napoleonico agli ordini di Eugenio di Beauharnais, congedandosi quattro anni più tardi, nel 1813, con il grado di capitano. Fu iniziato alla massoneria nel 1806 e in seguito entrò nella Loggia La Pace di Padova, legami che lo collocarono tra gli ambienti progressisti e riformatori del suo tempo, un’appartenenza che ne segnò tanto la rete di relazioni quanto la visione delle opere pubbliche come strumento di miglioramento civile.
Architetto e paesaggista a Padova
Dopo la caduta di Napoleone, Jappelli lavorò in Lombardia, dove la ristrutturazione in stile inglese del giardino di Villa Sommi Picenardi, presso Cremona, ruppe con le convenzioni locali e ne consolidò la reputazione di paesaggista. Tornò a Padova nel 1815 e nel 1817 fu nominato ingegnere provinciale, incarico che gli portò importanti commissioni pubbliche, tra cui un nuovo carcere e un macello. La sua opera più nota, il Caffè Pedrocchi, fu commissionata nel 1826; il piano terra aprì nel 1831 e il piano nobile, riccamente decorato, fu completato nel 1842, con le sale in stili storici eclettici che restano ancora oggi l’elemento più distintivo dell’edificio.
Altre opere e i giardini romantici
Tra il 1837 e il 1839 Jappelli progettò il Pedrocchino, l’ampliamento in stile neogotico del caffè che ne affianca ancora oggi l’edificio principale. Come ingegnere provinciale realizzò anche il macello pubblico di Padova (1819-1821), in forme neoclassiche, e curò la ristrutturazione del complesso termale di Abano Terme tra il 1817 e il 1825. Nella progettazione dei giardini, come quello di Villa Valmarana a Saonara, unì la tradizione italiana e quella inglese con specie esotiche di provenienza asiatica, arrivando a piantarvi decine di migliaia di esemplari tra laghetti e corsi d’acqua artificiali. Il suo allievo più noto, Pietro Selvatico, ne proseguì l’insegnamento nell’istituto d’arte di Padova che oggi ne porta il nome.
Una visione urbana spesso irrealizzata
Jappelli coltivava una visione ambiziosa dell’urbanistica, concependo i singoli edifici come parti di una città moderna coerente piuttosto che come progetti isolati. Questa visione si scontrò spesso con il conservatorismo dell’amministrazione padovana, ancora segnata dall’impostazione dell’ex Repubblica di Venezia, e molte delle sue proposte più ambiziose rimasero sulla carta. La sua influenza si estese comunque oltre Padova, con progetti a Roma e in Toscana.
Morte ed eredità
Giuseppe Jappelli morì a Venezia l’8 maggio 1852. È ricordato principalmente come l’architetto del Caffè Pedrocchi e come uno dei primi progettisti italiani a introdurre il giardino romantico in stile inglese, un lavoro che univa la formazione tecnica nell’ingegneria idraulica a un senso architettonico spiccatamente teatrale ed eclettico.