Dalla Curia al cardinalato
Fabrizio Ruffo nacque il 16 settembre 1744 a San Lucido, in Calabria, da un’antica famiglia nobile, e morì a Napoli il 13 dicembre 1827. Educato al Collegio Clementino e alla Sapienza di Roma, conseguì il dottorato in diritto canonico e civile nel 1767 ed entrò al servizio pontificio, diventando cameriere segreto papale nel 1764. Salì attraverso l’amministrazione della Curia, servendo come tesoriere generale della Camera Apostolica dal 1785 al 1794 sotto papa Pio VI, una posizione che lo pose al centro delle finanze dello Stato Pontificio, in un periodo di riforme amministrative volute da Pio VI. La sua elevazione a cardinale fu annunciata nel 1791 e resa pubblica formalmente il 21 febbraio 1794, con il titolo di Sant’Angelo in Pescheria, pur non essendo ancora stato ordinato sacerdote, un riflesso della sua posizione a corte più che della sua anzianità clericale.
Radunare un’armata in Calabria
Il ruolo più noto di Ruffo iniziò nel 1798, quando le truppe francesi invasero il Regno di Napoli costringendo re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia. A Napoli fu proclamata nel gennaio 1799 la Repubblica Partenopea, sostenuta da intellettuali e aristocratici locali. Da Palermo, Ruffo propose al re un piano per tornare nella nativa Calabria e sollevare una forza popolare contro i francesi e la nuova repubblica. Ferdinando IV accettò, nominandolo vicario generale con ampi poteri.
Sbarcato vicino a Scilla nel febbraio 1799, Ruffo radunò quella che divenne nota come l’Armata Cristiana e Reale, unendo contadini, veterani, artigiani e clero sotto il vessillo della fedeltà alla corona borbonica e alla Chiesa. La forza crebbe fino a circa 25.000 volontari e avanzò attraverso Calabria e Basilicata, conquistando città e roccaforti lungo il cammino, in un movimento noto come Sanfedismo.
La caduta di Napoli e l’intervento di Nelson
Verso metà giugno 1799 l’armata giunse a Napoli, e la riconquista realista della città fu di fatto completata entro il 15 giugno. Ruffo negoziò una capitolazione con i repubblicani assediati, garantendone l’incolumità e la possibilità di espatrio. Quell’accordo fu ribaltato poco dopo dall’ammiraglio britannico Horatio Nelson, che giunse davanti a Napoli il 24 giugno 1799, respinse i termini negoziati da Ruffo come disonorevoli e ne impedì l’applicazione. Nelle rappresaglie che seguirono furono giustiziate 124 persone, e l’autorità di Ruffo sull’accordo che aveva negoziato fu di fatto accantonata.
Ultimi anni ed eredità
Ruffo continuò a ricoprire incarichi politici dopo il 1799, ma fu progressivamente emarginato da una corte borbonica diffidente sia della sua iniziale clemenza verso i repubblicani sia della sua popolarità nel Mezzogiorno. Morì a Napoli nel 1827. La sua campagna resta un episodio controverso della storia dell’Italia meridionale, letto da alcuni come la difesa di una monarchia legittima contro l’invasione straniera e da altri come la repressione della repubblica di ispirazione illuminista brevemente affermatasi a Napoli.
La sua vicenda resta legata in modo indissolubile a quella breve e turbolenta stagione della storia napoletana, in cui un cardinale privo di esperienza militare si trovò a guidare un esercito popolare eterogeneo attraverso una delle campagne più rapide e più discusse della fine del Settecento italiano.