Cangrande I della Scala, nato a Verona l’8 o il 9 marzo 1291, fu il terzo figlio di Alberto I della Scala, signore della città, e di Verde da Salizzole. Il soprannome “Cangrande”, dal latino Canis magnus, lo accompagnò fin dall’infanzia e finì per diventare il nome con cui è passato alla storia.
Infanzia e primi anni
Ancora bambino, Cangrande fu coinvolto nelle cerimonie e nelle alleanze della famiglia scaligera: nel 1294, in occasione di una cerimonia cavalleresca celebrata dal padre Alberto I per una vittoria sugli Estensi, il piccolo Cangrande fu armato cavaliere, e nello stesso anno si progettò per lui un matrimonio con una figlia di Bardellone Bonacolsi, signore di Mantova, unione che non ebbe poi seguito. Nel 1298 il suo nome compare inoltre nel testamento di Bonincontro, vescovo di Verona, a testimonianza del ruolo che, ancora ragazzo, già rivestiva negli equilibri politici della città.
La salita al potere a Verona
Alla morte del fratello maggiore Alboino, nel novembre 1311, Cangrande divenne l’unico signore di Verona. Pochi mesi dopo, nel marzo 1312, ottenne dall’imperatore Enrico VII di Lussemburgo il titolo di vicario imperiale, una carica che gli diede legittimità formale sul governo della città e lo pose al centro della politica ghibellina dell’Italia settentrionale.
Le conquiste: Vicenza, Padova, Treviso
Il controllo su Vicenza, ottenuto già nel 1311-1312 proprio grazie al vicariato imperiale, divenne un possesso stabile della famiglia della Scala. Negli anni successivi Cangrande allargò progressivamente la propria influenza sulla Marca trevigiana: nel settembre 1328 riuscì a impadronirsi di Padova, sfruttando gli accordi con Marsilio da Carrara, e il 17 luglio 1329 conquistò infine Treviso, ultimo tassello di un dominio che rendeva Verona la potenza dominante del Veneto interno.
Il mecenate di Dante Alighieri
Durante l’esilio da Firenze, Dante Alighieri trovò ospitalità alla corte scaligera di Verona, e Cangrande è generalmente identificato con il signore a cui il poeta indirizzò l’epistola XIII, dedicata all’interpretazione del Paradiso. Nel canto XVII del Paradiso (versi 70-93), Dante fa pronunciare al suo avo Cacciaguida un elogio delle qualità militari e della magnificenza di Cangrande, presentandolo come la grande speranza della causa ghibellina in Italia. Il legame fra il poeta e la corte scaligera resta uno dei capitoli più noti della storia di Dante Alighieri in esilio.
Il ritratto dei cronisti coevi
Il cronista vicentino Ferreto de’ Ferreti, autore di un’opera storica sugli eventi del suo tempo in Italia, descrive Cangrande fin da ragazzo come un giovane che, invece di trastullarsi con i coetanei, preferiva esercitarsi con le armi e sognare imprese cavalleresche. A partire dal 1308 Cangrande ricoprì inoltre a Verona la carica di capitano del popolo, prima ancora di diventare signore unico della città, e negli anni della massima espansione fu riconosciuto capo della lega ghibellina con il titolo formale di capitano e rettore della società dei signori e dei fedeli in Lombardia.
Al culmine della sua potenza, il dominio di Cangrande comprendeva, oltre a Verona e Vicenza, Feltre, Belluno, Monselice, Montagnana, Este e Castelbaldo, facendone la maggiore potenza politica dell’Italia nordorientale del tempo.
Morte e sepoltura
Cangrande morì a Treviso il 22 luglio 1329, pochi giorni dopo aver preso la città, colpito da una malattia improvvisa. Il corpo fu trasportato a Verona e sepolto nel cimitero di famiglia presso la chiesa di Santa Maria Antica, nel cuore del quartiere dove risiedevano gli Scaligeri. Intorno al 1335 il nipote Mastino II fece realizzare per lui un monumento funebre sormontato da una statua equestre, che divenne il nucleo delle Arche Scaligere, il complesso di tombe gotiche che ancora oggi domina il centro storico di Verona.
L’eredità scaligera
Cangrande ereditò la signoria da suo padre Alberto I della Scala e la trasformò in uno stato regionale capace di competere con Milano e Venezia. Sotto la sua guida Verona non fu soltanto una potenza militare, ma anche un centro di attrazione per letterati, artisti e uomini di lettere in cerca di protezione politica, secondo un modello di signoria illuminata che i successori scaligeri, in particolare Cansignorio, avrebbero proseguito nei decenni seguenti. Il profilo di Cangrande, tramandato dalle fonti cronachistiche coeve e dalla tradizione dantesca, resta ancora oggi uno dei riferimenti principali per la storia medievale di Verona e delle sue signorie.