Il Senatore Eugenio Niccolini, Marchese di Camugliano e Ponsacco, incarna la figura del nobile toscano del suo tempo, unendo con rara armonia l’eleganza dell’aristocrazia con una profonda passione per la natura e un sincero impegno nella vita pubblica. Nato a Firenze nel 1853 e scomparso nel 1939, Niccolini ha attraversato un’epoca di grandi trasformazioni per l’Italia, lasciando un’impronta indelebile nella sua terra natale e nella politica del Regno.
Un’Eredità di Prestigio e Antiche Dimore
Proveniente da una famiglia fiorentina di antica nobiltà e cospicua ricchezza, Eugenio Niccolini ereditò un patrimonio di immense proprietà terriere nelle fertili campagne pisane e di sontuosi palazzi nel cuore di Firenze. Tra questi, spicca il Palazzo Niccolini, un gioiello architettonico del primo Cinquecento situato nel suggestivo quartiere di Santa Maria Novella, acquisito nel 1863 dal padre, il Senatore Lorenzo Niccolini, figura già di spicco nella politica e nella società dell’epoca.
Gran parte della sua giovinezza fu trascorsa nella magnifica Tenuta di Camugliano, un luogo intriso di storia e fascino. Questa residenza, un tempo appartenuta alla potente famiglia Medici, fu acquistata nel lontano 1637 dal suo avo, il Senatore Filippo Niccolini. È in questi contesti, tra l’opulenza dei palazzi fiorentini e la quiete delle vaste tenute di campagna, che si forgiò il carattere di Eugenio, un giovane destinato a distinguersi per intelligenza e carisma.
Tra Campagna e Nobiltà: La Formazione di un Gentiluomo
Dotato di una spiccata intelligenza e di una notevole prontezza d’apprendimento, Eugenio Niccolini completò il suo percorso di studi con la laurea in giurisprudenza, un titolo che gli avrebbe aperto le porte a diverse carriere. Fin dalla giovane età, la sua personalità affabile e il suo tratto signorile gli valsero l’ammirazione e la simpatia di ogni ceto sociale. Era comunemente riconosciuto come un vero “principe dei gentiluomini e dei cacciatori toscani”, un appellativo che ne riassumeva perfettamente l’essenza: un uomo di mondo, raffinato e allo stesso tempo profondamente legato alle tradizioni e alla vita all’aria aperta.
Il Principe dei Cacciatori Toscani: Una Passione Reale
La caccia non era per Niccolini un semplice passatempo, ma una vera e propria arte, coltivata con dedizione sin dall’infanzia. Le sue prime esperienze, talvolta furtive, con un fuciletto nel cortile della tenuta, evolvettero rapidamente in battute più impegnative nelle paludi di Bientina, un ambiente che gli permise di affinare la tecnica del tiro e di apprendere le abitudini della selvaggina palustre. La sua abilità crebbe esponenzialmente con l’avvento dei primi fucili a retrocarica a spillo, culminando in imprese memorabili, come il record di 164 beccaccini abbattuti in un solo giorno a Terracina, il 18 dicembre 1873, accompagnato dal suo fedele guardia Gosto.
La sua maestria e la sua fama di cacciatore d’eccellenza lo portarono ad essere più volte ospite d’onore dei Re d’Italia: Vittorio Emanuele II, Umberto I e Vittorio Emanuele III. Niccolini partecipò a prestigiose battute di caccia nelle riserve reali di San Rossore e Castelporziano, sulle vette della Valsavaranche per camosci e stambecchi, e persino in Stiria, ospite dell’Arciduca Ferdinando di Lorena, in battute a galli di monte, coturnici e marmotte.
Un aneddoto significativo, che ben illustra il suo acume e la sua prontezza di spirito, narra di una battuta al cinghiale a San Rossore in cui, dopo un tiro a vuoto di Sua Maestà Umberto I, un capocaccia si apprestava a finire l’animale ferito. Niccolini, con intuito e diplomazia, esclamò prontamente: “Bel tiro che ha fatto Vostra Maestà!”, celando l’errore del sovrano. La risposta di Umberto I, “Mi prendi forse per una ciùla?”, rivela il rapporto di schietta confidenza e reciproco rispetto che legava il Marchese al Re.
L’Impegno Civico e Politico: Dalle Tenute al Senato
Oltre alla sua passione per la caccia, Eugenio Niccolini si distinse per una profonda bontà d’animo, una spiccata facilità dialettica e una generosa disponibilità verso i meno abbienti. Queste qualità gli valsero un rispetto e una simpatia incondizionati, non solo tra l’élite toscana, ma anche tra il popolo e i contadini che lavoravano nelle sue proprietà. Tale popolarità e la stima diffusa lo condussero naturalmente alla vita politica.
Fu nominato consigliere comunale e in seguito ricoprì la carica di Sindaco della città di Prato,